91. “Molto più articolata e stimolante – ha invece evidenziato Enrico Garaci – appare la definizione di Papa Giovanni Paolo II in un celebre convegno su ‘Umanizzazione della medicina’, tenutosi a Roma nel 1987”121

“Nell’ambito del rapporto individuale – ha detto allora il santo pontefice citato da Garaci – ove umanizzazione significa apertura a tutto ciò che può predisporre a comprendere l’uomo, la sua interiorità, il suo mondo, la sua cultura. Umanizzare questo rapporto comporta insieme un dare e un ricevere, il creare cioè quella comunione che è totale partecipazione”122.

In questo caso quindi, aggiunge Garaci, “il ‘recare conforto’ e il ‘prendersi cura’ devono andare sempre pari passo con un processo terapeutico”123

In pratica i sanitari devono “coinvolgersi” nel percorso assistenziale del malato, come ha scritto il medico Paolo Cornaglia Ferraris. “Distacco e tecnologia – ha aggiunto – non servono a nulla. Serve la capacità di ‘curare’, farsi carico della fragilità altrui, a ben vedere proprio ciò che il medico è chiamato a fare”124

Del resto “nell’esercizio dell’ippocratica ars curandi – rileva lo storico della medicina Giorgio Cosmacini – il medico ‘curante’ si rapportava all’uomo ‘curato’ nella sua interezza, senza che questa fosse divisa a metà tra realtà fisiopatologica, destinataria di conoscenza oggettiva e prassi terapeutica, e realtà esistenziale, destinataria di comprensione intersoggettiva e di prassi simpatetica. Le due realtà erano tutt’uno nell’ambito di una antropologia curativa dove venivano a coincidere la malattia oggettivata e il malessere soggettivo, l’affezione del corpo e l’afflizione dell’animo, lo sconcerto umorale dell’organismo e lo stato di sofferenza dell’uomo. Essa era totalizzante”125

Note: 

121.  Garaci E., cit.
122.  Ibidem.
123. Ibidem.
124.  Cornaglia Ferraris P., Accompagnare alla morte non è compito del medico?, in La Repubblica Salute, 13-11-2012.
125.  Cosmacini G., La qualità del tuo medico. Per una filosofia della medicina, Laterza, Bari, 1995, p.14.