1. Tanto ormai… è l’espressione che alcuni sanitari pronunciano, ancora oggi, con le parole o con i fatti quando si trovano davanti un malato terminale. I malati e i familiari di fronte a questo atteggiamento di abbandono si sentono disorientati e soli. La disperazione si impossessa della loro vite. E quel debole raggio di sole che dava loro un po’ di speranza si trasforma improvvisamente in un’ombra grigia, cupa e minacciosa. I sanitari, da parte loro, fino a qualche anno fa, si sentivano intoccabili, in quanto all’accusa di abbandono, che è negligenza protratta nel tempo, replicavano che per il malato ormai non c’era più niente da fare e pertanto era inutile qualsiasi altro intervento sanitario. 

Questo accadeva fino a qualche anno fa. Oggi invece pronunciare “tanto ormai…” in una struttura sanitaria significa venire meno alle disposizioni previste dalla legge 38/2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore che obbligano medici e infermieri a farsi carico delle sofferenze dei malati terminali e non solo per alleviare il dolore, ma anche e soprattutto per non farli sentire soli e abbandonati. 

Purtroppo però esistono ancora oggi sanitari, anche in strutture d’eccellenza, che di fronte alla morte certa, abbandonano il malato, condannandolo senza appello, negli ultimi giorni di vita, alla solitudine e negandogli persino i più elementari diritti di cittadinanza. Questa è anche la storia di un abbandono e di tanta solitudine.

 

2. Questa è la storia degli ultimi giorni di vita di mia moglie Chiara Palazzolo, morta il 6 agosto 2012 presso il Policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma, dopo un ricovero di due settimane. Un ricovero gestito dal personale sanitario in maniera negligente e inappropriata, che non ha portato nessun beneficio a Chiara né sotto il profilo clinico, né tantomeno è riuscito a rendere sereni gli ultimi giorni di vita. 

Tutto questo è accaduto proprio in quella struttura sanitaria, come ha dichiarato al quotidiano Avvenire il vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell'Università Cattolica, dove “l’identità cattolica non è un'etichetta” in quanto “padre Agostino Gemelli nel volere fortemente una Facoltà di Medicina con l'annesso Policlinico, intendeva garantire la formazione di medici che avessero una chiara visione cristiana della professione sanitaria”1

Più che contraddire il presule, chiedo un suo intervento, in quanto durante tutto il ricovero di Chiara non ho mai avuto la sensazione di trovarmi in una struttura sanitaria di ispirazione cristiana o più precisamente cattolica. E questo sempre. Ogni giorno. Da quando Chiara ha varcato la soglia del policlinico per essere ricoverata, fino a quando è uscita con il carro funebre. E dimostrerò anche che quel poco di cattolico che continua a sopravvivere al Gemelli è frutto di un’attenta selezione della dottrina finalizzata, purtroppo, proprio a mantenere l’etichetta.

 

Note: 

1.  Giuliano A., L’identità cattolica non è un’etichetta. Intervista a mons. Giuliodori, in AvvenireSpeciale 50 anni del Gemelli, 22-06-2014, p.18.