113. Chiara conosceva benissimo l’evoluzione della sua malattia. Aveva preso coscienza della sua condizione negli ultimi giorni della seconda settimana del ricovero. Capiva che per lei non c’era più niente da fare. Mi diceva che aveva molta paura in merito all’evoluzione della malattia, ma si sentiva tranquilla. Sempre con il sorriso sulle labbra perché non aveva paura di morire. Così, tra un sorriso e l’altro, in quei giorni abbiamo ripercorso eventi che avevamo vissuto insieme negli anni passati, senza comunque dimenticare l’orrore che stavamo vivendo in quei giorni. E lei manifestava tutta la sua rabbia, soprattutto per essere stata abbandonata dai medici. 

Trascorreva le giornate canticchiando motivi che le piacevano oppure raccontava storie che il più delle volte finivano con qualcosa di buffo. Dopo l’assunzione della compresse di paracetamolo era diventata più debole, la tosse si era affievolita, ma era sempre presente. Con amici e amiche che venivano a trovarla partecipava alla discussione sempre in maniera attiva. Anche se durante la giornata di sabato 4 agosto, dopo aver assunto il giorno prima il paracetamolo, era più stanca del solito e di tanto in tanto chiudeva gli occhi.

Nella serata del 4 agosto, sicuramente per la posizione immobile assunta tra tardo pomeriggio e prima serata per le fleboclisi, sentiva dolore alla schiena. L’infermiera di turno, non so in base a quale prescrizione medica, somministra per via endovenosa ben 100 ml di paracetamolo.