22. Ma ritornando a Chiara, come può accadere – vi chiederete e me lo sono chiesto anche io – che in una struttura d’eccellenza come il Policlinico Gemelli possano svilupparsi e prosperare sacche di così vergognosa e preoccupante malasanità? È un fatto possibile, oppure io, traumatizzato dagli eventi, ho visto una realtà alterata?

Ripercorriamo insieme gli eventi, iniziando dalla fine. Dalle considerazioni che facevo la mattina di lunedì 6 agosto, quando il corpo senza vita di Chiara ha lasciato la stanza del reparto. Si avviava verso l’obitorio, disteso sul letto, completamente coperto da un lenzuolo, spinto da due portantine e non dal necroforo come prevede invece il mansionario professionale26.

Pensavo che, proprio in questo momento, si nota se la struttura sanitaria mette al centro del suo interesse il cittadino oppure lo considera un numero, un semplice oggetto, visto che adesso è anche un corpo senza vita. Pensavo questo mentre il letto con Chiara veniva spinto dalle portantine verso l’obitorio, attraverso un corridoio con ai lati sacchi di spazzatura e rifiuti vari del policlinico.

 

23. Mi sono venuti in mente altri ospedali pubblici, quelli piccoli di provincia, che hanno la sola ambizione di curare o essere di conforto ai pazienti. Ospedali piccoli che ogni volta che se ne parla tutti bollano, forse anche giustamente, come strutture da chiudere. Certo, hanno poche risorse, limitate tecnologie e anche limitata esperienza clinica per il numero ridotto di prestazioni che erogano per le singole patologie, ma il paziente è veramente al centro dell’interesse del personale. E in molte di queste piccole strutture, in caso di morte quanta attenzione, quanta premura verso i parenti e quanta partecipazione del personale. Medici che si giustificano per non essere riusciti a cambiare il destino infausto della malattia. Una partecipazione, insomma, che molte volte infastidisce i parenti, perché vogliono restare soli con il loro dolore per vegliare il congiunto morto.

 

24. Al Gemelli questo “fastidio” me lo hanno evitato completamente. Ironia a parte, io quel mattino mi sono trovato solo. Completamente abbandonato da tutti. Pochissimi mi hanno fatto le condoglianze. I medici sono tutti scomparsi. Nessuno è venuto a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa. Ma questo non lo dico per evidenziare la mancanza di educazione o di partecipazione del personale, ma perché la legge prevede, in caso di lutto, un supporto ai familiari dei pazienti morti nelle condizioni in cui si trovava Chiara. Se quel giorno fosse morto il mio gatto, sicuramente avrei avuto più considerazione. Del resto come ha giustamente evidenziato l’editorialista del Corriere della Sera Pierluigi Battista ne “La fine del giorno. Un diario”, dove ricostruisce il ricovero e la morte per tumore di sua moglie, avvenuta a Roma, “se hai soldi, influenza e potere, non è che ti sia riservato un trattamento migliore o addirittura una terapia speciale preclusa a chi non ha mezzi. Questo no, ma godi di un grande privilegio: tempi più umani. Le attese che si dimezzano, le file che scompaiono, la velocità negli interventi, per gli esami, le analisi, gli appuntamenti, i controlli, le visite. Quando però giunge il tempo della fine, le gerarchie del mondo scompaiono. La grande livellatrice, è noto, rende tutti uguali. Però è sconvolgente la sensazione che in una disordinata metropoli italiana uguaglianza significhi che tutti i nostri morti siano sì eguali, ma egualmente maltrattati”27

Note: 

26. Mastrilli F., Il Governo tecnico dell’ospedale, cit., p.667.
27. Battista P., La fine del giorno. Un diario, Rizzoli, Milano, 2013, pp.136-137.