105. Immagino che i sanitari che hanno avuto in cura Chiara fossero tutti all’oscuro di questa attività del loro policlinico. Altrimenti perché non è stata fatta la rilevazione quotidiana del dolore e non è stata riportata nella cartella clinica, come obbliga la legge? Perché non è stato attivato un supporto ai familiari, come prescrive la legge?

La notizia dell’interruzione a Chiara della terapia oncologica mi è stata comunicata in corsia, come una notizia normale. Ancora adesso non ricordo chi me l’ha comunicata. Ricordo solo che per me è stato un forte trauma. Ma dopo questa comunicazione è seguito un totale abbandono in contrasto con quanto prevede la legge sulle cure palliative. Nessun supporto psicologico è stato attivato per Chiara e per me.

Di fatto è stato avviato un vero e proprio abbandono del malato. Eppure Chiara era ricoverata in una struttura sanitaria d’eccellenza dove operano medici delle cure palliative in grado di trattare il dolore in un paziente oncologico. Tutti scomparsi. Questi specialisti durante il ricovero di Chiara dove si trovavano? Erano tutti sulla spiaggia, visto che era la stagione del solleone? 

Perché il medico curante non ha attivato queste consulenze e non ha discusso con lei il trattamento del dolore? Invece di somministrare paracetamolo e addirittura il cerotto alla morfina, senza il consenso del paziente e nessuna visita precedente? 

La verità è che in quel reparto la morte inevitabile di Chiara è stata da subito considerata dai sanitari un proprio insuccesso, piuttosto che, come ha scritto Antonio G. Spagnolo, direttore dell’Istituto di bioetica della Università cattolica di Roma, con sede proprio nel Gemelli, una “opportunità di un successo assistenziale per il paziente che si trova nella fase finale della sua vita”. 

 

106. Chiara di fatto era in mano a infermieri, che di cure palliative e terapia del dolore non sapevano niente. Da quando è stata dichiarata malata terminale è stata parcheggiata in quella stanza di ospedale, senza ricevere nessuna attenzione. È stato tutto superficiale e approssimativo. Ed è stato, ripeto, un vero e proprio abbandono del malato in attesa della morte. I medici entravano velocemente al mattino, poi Chiara, per comunicare con loro durante il giorno, visto che non rispondevano quasi mai al cellulare, era costretta a inviare sms col quesito e, se era fortunata, la risposta arrivava molte volte anche dopo alcune ore. Questo è stato il pallium per Chiara in quel reparto del Gemelli. La “terapia” consisteva in quei giorni in sonniferi, diuretici e ossigeno tramite mascherina inalante. Sonniferi e diuretici li aveva decisi Chiara e la mascherina per inalare l’ossigeno l’aveva consigliata una infermiera amica, conosciuta in quel reparto nei precedenti ricoveri. A distanza di tempo mi chiedo ancora che ruolo abbiano svolto durante tutto il ricovero i medici del reparto, a iniziare dal medico curante di Chiara151.

Note: 

151. Spagnolo A.G., intervento al congresso Buona pratica clinica, Roma, CNR, 2-4 novembre 2011.