80. “Ci sono situazioni – precisa ulteriormente Adriano Pessina, dell’Istituto di bioetica dell’Università cattolica di Milano – in cui è evidente la differenza tra curare e prendersi cura: sono i molteplici casi in cui non si può più curare la malattia, in cui la soggettività del paziente è offuscata, quando non si può fare altro che custodire l’esistenza altrui, governarne le fasi e accompagnarne i processi conservando una dedizione radicale per l’altro malgrado la sua personalità risulti opaca, impercettibile. La riflessione bioetica ha cercato di esprimere questa relazione cambiando, per così dire, genere di riferimento, ed assumendo la figura femminile come modello di questa capacità di comprensione e di dedizione che si concretizza nell’aver cura”96

“Ma, al di là delle metafore e delle immagini, dei ‘paradigmi’, maschili o femminili, – continua Pessina – nel concetto di ‘avere cura’ si esprime un aspetto che riguarda anche la prassi medica ordinaria, e non soltanto quella che si esercita in condizioni particolari. Tutta l’arte medica, infatti, è sottesa dall’imperativo morale dell’aver cura dell’uomo, malgrado la sua malattia, la sua sofferenza, la sua fragilità. Il termine malgrado serve per porre l’attenzione non sull’essere malato ma sull’essere pur sempre uomo, persona umana, del malato: serve per non farci confondere una condizione, una patologia, con l’uomo che soffre di quella condizione e di quella patologia”97

Note: 

96. Pessina A., Curare e prendersi cura. Le due facce dell’arte medica, in http://www.cesil.com/febbra02/ italiano/2pessita.htm.
97. Ibidem.