“Signora del fantastico italiano” [1]. “Ha inventato il gotico colto all’italiana” [2]. “Scrittrice pulp più popolare d'Italia” [3]. “Acclamata regina dell'horror made in Italy” [4]. “Grande maestra dell'horror e del fantasy” [5]. “Fra le più amate scrittrici gotiche italiane” [6]. Chiara Palazzolo “è morta nella notte tra domenica 5 e lunedì 6 agosto 2012” [7], lasciando “in eredità agli scarni retaggi del buon romanzo italiano alcuni libri da preservare nell'oblio generalizzato cui ha abituato la lettura frettolosa e di occasione” [8]. 

“Eccellente nel genere prescelto (l'horror), perciò idolatrata dai fan che adorano le sue storie, ma capace di andare oltre il genere, e anche in quel caso raccogliere intorno a sé una fitta schiera di estimatori che si affezionano alla sua narrativa, che entrano nella sua scrittura, solo apparentemente semplice, frutto di una elaborata costruzione che - senza macchiare la purezza linguistica, senza mai interrompere la fluidità del dettato - si contrae in singhiozzi, in sospensioni che modernizzano il linguaggio rendendo anche i momenti descrittivi vere e proprie gallerie di immagini cinematografiche coinvolgenti e fascinose” [9]. 

La “mescolanza di fiabesco e graffiante orrore costituisce la strada maestra a cui si atterrà sempre Chiara Palazzolo, fedele a una cifra dai tratti onirici, incubi anziché sogni, che affondano nell'immaginario di Quentin Tarantino e del più suggestivo e lontano Tommaso Landolfi” [10]. 

“Chiara ha innovato il linguaggio horror in Italia, ha sperimentato una forma narrativa moderna e raffinata e ha plasmato contenuti originalissimi nel rigenerare il Mito, nel piegare a proprio piacimento Storia e Fantasia” [11]. 

“La regina dell'horror italiano, l'avevano chiamata. La nostra Anna Rice o Stephenie Meyer (…) Magari, se l'Italia avesse la stessa capacità di proiezione culturale che hanno gli States, si sarebbe forse detto che era Stephenie Meyer la Chiara Palazzolo americana” [12], anche se “in quanto a qualità di scrittura (Chiara) guarda a Twiligt di Stephenie Meyer come un gigante può guardare una formica” [13].

 

Nata a Catania il 31 ottobre 1961, Chiara ha trascorso infanzia e adolescenza a Floridia (Siracusa), dove risiedeva la famiglia. “Il padre, Enzo, è stato un filosofo dalle doti eccezionali (non a caso gli è stata dedicata la biblioteca comunale)” [14]. 

“Mio padre – ha ricordato Chiara – è stato una guida per me e lo è stato per tanti. Era un intellettuale in cui la caratura culturale faceva coppia a quello che è la caratura etica, al senso morale della vita. Non era l’intellettuale chiuso nel suo studio, dietro la sua scrivania. Era anche un uomo molto buono, un uomo che ha avuto un profondo impegno sociale. Uno che andava a lavare i malati, che entrava nelle carceri. Ma tutto molto sotto tono” [15].  

“La madre, Liliana Trigila, violinista e didatta valorosissima, è stata per oltre un decennio direttrice artistica dell'Associazione Siracusana Amici della Musica” [14]. “La mamma di Chiara (…) – ricorda il pianista Corrado Greco – assieme alle due sorelle, Lea e Anna, altra violinista e pianista, sono state delle eccellenti insegnanti di musica. Chiara ha studiato pianoforte con la zia Anna fino all'ottavo anno di Conservatorio. (…) Chiara, da ragazzina, aveva un modo di suonare molto sensibile e aggraziato. Mi ricordo ancora un suo 'pezzo sconosciuto' di Chopin eseguito in modo mirabile” [16]. “Nel salotto di casa Palazzolo, nell'antico quartiere del Carmine, (…) vita e arte carezzavano noi adolescenti tra spartiti e libri di filosofia” [17].

L’esordio

Chiara “consegue la maturità classica al ‘Gargallo’ aretuseo” [14] e a 18 anni si trasferisce a Roma dove frequenta la Facoltà di scienze politiche della Luiss. “Non lasciò più Roma dove già negli anni universitari aveva cominciato ad inserirsi nel mondo del giornalismo, collaborando a varie testate” [18]. “Si esercita nella scrittura creativa con alcuni racconti (molti rimasti inediti) uno dei quali Damasco e dintorni, le fa vincere il premio Teramo nel 1988 nella sezione esordienti” [1]. 

“Ho conosciuto Chiara Palazzolo nel giugno 1988 – ricorda lo scrittore Giuseppe Lupo – quando la giuria del Premio Teramo, che si avvaleva di importanti nomi (Carlo Bo, Mario Pomilio, Michele Prisco, Silvio Guarnieri, Renato Minore), assegnò a lei e a me il primo posto ex-aequo, nella sezione autori esordienti” [19] . 

“Alla fine (Chiara) si laurea anche bene (con la lode), e le avevano offerto di restare a fare ricerca politologica. Sì: la signora del nero era una specialista di diritto costituzionale e sistemi politici comparati” [12]. Ma “la vocazione di narratrice l’accompagnava sin dall’infanzia. Esordì nel 1991 pubblicando con Alfredo Guida Editore, un romanzo breve, La signora M., in un volumetto a due fronti insieme con I ritorni di Renato Minore” [18].

“Non pensavo di diventare una scrittrice. – ha raccontato Chiara – Sono sempre stata più che altro una lettrice vorace. Devo dire che anche negli anni universitari (…) pensavo che lo sbocco naturale di questa passione, da un lato per la lettura, da un lato anche per la scrittura, la riflessione e l’osservazione, sarebbe stato il giornalismo. (…) Però, con l’andar del tempo mi rendevo sempre più conto che tendevo a rifuggire da quello che era il lavoro giornalistico in sé per dedicarmi invece ai servizi culturali, soprattutto le recensioni. (…) Dentro di me c’era un’ispirazione, un qualcosa che chiedeva di essere messo su carta. Che chiedeva una risposta, e la risposta non poteva più essere solo quella giornalistica o quella critica, ma in qualche modo doveva essere narrativa e creativa. (…) Ecco, questo è stato per me anche un modo di crescere quello di iniziare a scrivere, anche con l’intento di pubblicare. Perché ovviamente scrivere per sé è una cosa diversa, uno sfogo. Però, nel momento in cui mi sono resa conto che ero io in prima persona che volevo essere coinvolta nella mia scrittura, non volevo più stare dall’altra parte del tavolino, cioè recensire gli altri, oppure occuparmi dei fenomeni di costume e degli eventi culturali. Volevo essere proprio chiusa nel cerchio della scrittura. Uno scrittore, un narratore è proprio questo: è colui che è chiuso nel cerchio della scrittura, e quando quel cerchio implode ci si apre al mondo” [15].

La casa della festa

Nel 2000 esce La casa della festa (Marsilio) un “avvincente romanzo da leggere velocemente e sino in fondo” [20], dove “colpisce la destrezza con cui la scrittrice tiene il dialogo” [21]. 

Un “affresco dipinto con mano briosa di una umanità diroccata, un’opera prima che ha svelato un vero talento” [22] e “con la quale l’autrice fa ingresso a pieno titolo fra gli scrittori italiani” [23]. “Un puzzle grottesco e graffiante, acceso da lampi di raffinata perfidia” [24]. 

“Al suo primo romanzo, rivelazione di un vero talento narrativo, Chiara Palazzolo regola a piccoli scatti sussultori l’orologeria minuta e calibrata del racconto. L’intensità flamboyante da pittore fiammingo celata dietro la geometrica rappresentazione del dettaglio, dietro la sua artigianale politezza è la legge da cui è regolato il flusso, abbondante e sontuoso, della scrittura” [25]. 

“Pietro Pancrazi, tempestivo e persuaso lettore degli Indifferenti moraviani, si trovò a chiedere allo scrittore ‘più respiro, più aria, l’alito di una finestra aperta sul chiuso maleodorante girone del suo mondo’: e persino disposto, pur di poter schivare per un attimo quella malsana famiglia di borghesi pariolini, a fare due chiacchiere con la governante. La stessa cosa, dopo questa non breve sosta in casa Vazzi, la casa della festa appunto, sarebbe potuto accadere a noi, se non avessimo riconosciuto subito, nei perfidi e discostanti invitati, il nostro stesso Dna, la consuetudine con le medesime fragilità, il difficile e tortuoso rapporto con la morale, l’illusa e differente confidenza con la vita: e nulla ci risulterebbe più difficile come l’entrare in una qualche sintonia con Rita, la sconcertata filippina, così preoccupata per ‘la salvezza della sua anima immortale’, l’unica creatura candida, non compromessa, che ci sia dato d’incontrare nel futuribile attico in cui si consuma l’intera vicenda”.[20]

“Il pregio maggiore del libro consiste proprio nella capacità dell’autrice di tenere il filo drammaturgico della narrazione collettiva senza mai tradire la prospettiva di ogni singolo personaggio” [26]. Personaggi, che “lo sguardo attento e il linguaggio nitido della scrittrice li inchiodano nei loro vaneggiamenti acculturati, nelle loro cattiverie gratuite, nei loro svolazzamenti mondani come farfalle agonizzanti” [27]. “Il romanzo è in pratica la cronaca di una serata tra amici irrobustita da ampie disgressioni in flash back che recuperano la storia dei vari personaggi e tenuta in tensione da una suspence crescente che sfocia in un finale tragico” [28]. “Un noir insomma, con reminiscenze che vanno da Ivy Compton-Burnett all’ultima Muriel Spark” [29].

I bambini sono tornati

“Dopo il suggestivo romanzo di esordio, (…) Chiara Palazzolo, scrittrice d’una naturale e felice disposizione al narrare, consegna (…)  alle stampe I bambini sono tornati” [30], edito da Piemme, “racconto struggente e poetico” [31], “che scorre via veloce grazie a una struttura degna dei migliori thriller” [32]. 

“La vita di Marella, la protagonista, viene infatti improvvisamente stravolta, in una mattina qualsiasi destinata a restare indelebile nella memoria, da un incidente in cui muoiono i figli Iacopo ed Elisa. Un incidente tragico, provocato più che da un avverso destino, dall’assurda noncuranza e distrazione di uno sconosciuto pirata della strada al volante” [33]. Inizia così questa sorta di “periplo nei mari del dolore” [34] “di una maternità perduta”[31] , la cui  “atmosfera, pagina dopo pagina, diventa sempre più claustrofobica e irrespirabile sino all’exploit finale” [35].

“A rendere accattivante l’impianto narrativo del libro, tuttavia non ci pensano soltanto le lunghe peregrinazioni della memoria della protagonista afflitta, che in diverse circostanze ricordano il planctus medioevale della Madonna, ma anche le incursioni all’interno del rapporto di una coppia che vive il dolore in maniera opposta – lei raccolta fra le mura domestiche ad attendere i ‘segnali’ che arrivano dalle Terre d’Oltre, lui che raddoppia la presenza ‘in pubblico’ – ; una coppia in cui sembra quasi ripercuotersi il dramma della lacerazione familiare, che Antonio Fogazzaro aveva già proposto un secolo fa nel suo Piccolo mondo antico” [36].  “Chiara Palazzolo è la dolente vestale di un mondo in fiamme che brucia nel rogo d’una sconfortante vanità. Ad alimentare il fuoco, gli sciatti sogni generazionali di vecchi e nuovi ‘pervenu’: ieri quelli di una frivola e morbosa ‘intellighenzia’ romana caracollante tra cultura, mondanità e spettacolo (il romanzo di esordio La casa della festa); oggi, invece, gli altri simili di un’avida e corrotta ‘nomenklatura’ meridionale di paese compresa tra i due estremi del comitato d’affari e della comitiva di amici” [37].

Con questo romanzo, ”intessuto di cortocircuiti emotivi e incalzante come un thriller psicologico, (Chiara Palazzolo) conferma il suo talento e l’asciuttezza della sua cifra stilistica, percorsa da sentimenti e presentimenti funzionali all’impianto narrativo” [38]. “Un romanzo intenso questo, scritto con una prosa lucida che fa riflettere sul senso della vita, sul valore degli affetti, ma anche sulla tragedia della morte” [39]: “il tutto in un equilibrio stilistico compiutamente realizzato, che assicura una fluida leggibilità senza minimamente deprimere la qualità letteraria del testo” [40].

La Trilogia di Mirta-Luna

Dopo questi “due apprezzati romanzi  (… Chiara decide …)  di dedicarsi alla letteratura fantastica (…) Una scelta che alcuni avevano considerato incomprensibile, da parte di una delle scrittrici più promettenti della scena romana: scelta, peraltro, compiuta in anni dove l'exploit del fantastico era lontano. Eppure, già con il primo libro (Non mi uccidere, cui sarebbero seguiti Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue, tutti Piemme) aveva conquistato i lettori" [6].

“Dopo il notevole I bambini sono tornati (…),  la Palazzolo con Non mi uccidere conferma il suo talento” [41]. “Romanzo folgorante”[42], “che sfida il gotico d’oltreoceano” [43] e “restituisce nuova linfa a un genere letterario decisamente languente nel nostro Paese” [44]. “Chiara Palazzolo sta costruendo un edificio del tutto nuovo e diverso del noir italiano e del fantastico” [45]. 

“Scritto con un ritmo incalzante che trascina il lettore in un turbine di avventure” [46] e “con stile rapido e ardito” [47], “è un horror di rango notevolissimo” [48]. 

“È impressionante l'agio con cui la Palazzolo cambia sintassi narrativa, dalla narrazione in terza a quella in prima persona, attraverso il diaframma di una forma dialogica che rappresenta l'io narrante sdoppiato e con impliciti effetti grotteschi” [49]. “La Palazzolo è soavemente perfida nel tenere chi legge con il fiato sospeso” [41]. 

“Forse dai tempi in cui avevo letto Il Signore degli anelli, non avevo mai fatto fuori un testo così ponderoso in così poco tempo. E in comune al Signore degli anelli c’era anche la strana sensazione di pace interiore che mi aveva lasciato: piuttosto bizzarra, se si pensa alla trama estrema che Chiara si era inventata” [12].

“Protagonista, la diciannovenne Mirta, ragazzina bene persa in un amore tossico da cui resterà uccisa. Per poco: perché in una fatale notte si disimpiglia dalla morte come da un sonno troppo pesante, spinge via la bara e si ritrova nel mondo, vestita solo di un abito bianco e senza un cuore che batte” [48].

“Nel secondo romanzo (Strappami il cuore), Mirta cambia nome in Luna, conosce i suoi simili e i suoi nemici (i benandanti), ha un incontro lacerante con il suo grande amore, Robin, l'uomo che ha condiviso con lei la morte” [50].

Infine “Ti porterò nel sangue risponde agli interrogativi ancora aperti e cala il sipario sulle travolgenti peripezie di Mirta” [51], sciogliendo “il nodo, rimasto sospeso nelle pagine precedenti, del significato del romanzo che va oltre la fabula, oltre il genere per approdare ad una sorta di metafora sul senso della vita e della morte” [52].

 

“Ad un primo livello più superficiale, il lettore (…) si addentra in una serie di avventure che hanno qualcosa di fantastico, di misterioso e anche di cruento (…). C'è poi un altro livello di lettura che scava nel profondo delle paure inconsce di tutti noi, quelle che ci fanno ritrarre davanti alla morte, che impediscono alla nostra mente di pensare al dopo, in un tempo in cui sono svanite le antiche e rassicuranti certezze del Paradiso per i buoni e dell'Inferno per i cattivi” [53].

“Non ha nulla dell'horror usa e getta: nessuna sciatteria, massima attenzione alla psicologia dei personaggi, sguardo attento alla provincia (…), linguaggio curatissimo e a tratti tentato dalla sperimentazione” [50].

“Scelta spiazzante di ambientare una vicenda così aliena in scenari della quotidianeità italiana: la campagna umbra, i palazzi della vecchia Roma, un prato della Laurentina, i Sassi di Matera, una masseria del Sud, la costa pugliese. Invece (…) è un ritorno alle origini, quando era tra le suggestioni dei nostri ruderi che ambientavano le loro storie l'Horace Walpole del Castello di Otranto e la Ann Radcliffe dei Misteri di Udolfo” [54]. 

“Questa trilogia horror della Palazzolo è veramente molto bella, intensa e soprattutto interpreta in maniera eccellente il rapporto fra il genere e la storia, fra il significato e il significante, dimostrando che un genere letterario non è solo, come spesso si crede e soprattutto si vede, la scelta di un abito alla moda da far indossare al prodotto letterario, ma piuttosto una forma che diventa sostanza, e, viceversa, è una sostanza che si nutre e si arricchisce nella forma” [52].

Comunque “pur essendo ascrivibile al genere horror, la storia di Mirta-Luna ha una precisa valenza psicologica e sociale: può essere letta come una radiografia del bad girl di oggi, delle loro fragilità e della loro ribellione all'ingresso in una vita adulta opaca e priva di sogni” [55].

“Con una scrittura ambiziosa che aspira a ricreare sulla pagina i ritmi e i tagli del parlato e del pensato, Chiara Palazzolo solca le acque buie dell'horror e del fantanoir, nel tentativo di captare sensazioni e sentimenti (rabbia in primo luogo) dei teen-agers di oggi” [56].

“Sarebbe troppo riduttivo circoscrivere nel semplice gusto del genere dark (…) È chiaro che l'obiettivo non è tanto il colpo a effetto, quanto l'indagine sul mistero e sui caratteri fin troppo morbosi che incidono nella fantasia del lettore, generando la sensazione di un'avventura deformante ma percorribile da chiunque; un'indagine, dunque, che sembra conseguenza della nostra stessa identità di moderni, sociologica oltre che generazionale (…)” [57].

“Chiara Palazzolo ci fa mettere la testa in una ‘nuage’ d’horror ritratta senza effetti speciali non già per mero esercizio spiritistico, quanto per proporci una possibile riflessione su quei fulminanti momenti di crescita in cui si slargano e consumano tutti i riti di passaggio delle ragazze del nuovo millennio. Tante volte lasciate da sole a identificarsi con modelli mediali fragili, fatali e pericolosi” [58].  La Trilogia di Mirta-Luna è quindi anche “una sorta di bildungsroman (il romanzo di formazione di tradizione tipicamente tedesca)” [59]. 

Nel bosco di Aus

“Il potere è uno dei temi che innervano la narrativa di Palazzolo; le sue trame ambientate nella provincia italiana mostrano il corto circuito che viene dalla collisione dei riti sociali con le zone oscure dell’animo umano, maschile e femminile. Sia la trilogia che gli altri romanzi sono in un certo modo leggibili come rappresentazioni dello stesso incrocio di amicizia, potere e violenza. (…) E Nel bosco di Aus, uscito nel 2011, Chiara torna a raccontare un’altra storia di lotta per il potere che vede in azione stavolta un gruppo di donne. È un circolo di amiche che si riuniscono attorno a un tavolo di burraco, ma quello che appaiono non è quello che sono in realtà, lo slittamento avviene a partire da piccoli episodi, squarci intravisti che lasciano il dubbio delle apparizioni nella nebbia di un bosco lì appena dietro casa a sottolineare quanto contigui siano i territori del reale e del fantastico; le amiche sono streghe più o meno potenti che lottano tra loro senza esclusione di colpi per contendersi, in vita e morte, il potere di gestire la comunità in cui vivono e l’eternità e la conoscenza a cui aspirano” [13]. “E’ un libro inquietante che ti inganna e ti suggerisce una soluzione a cui potresti voler credere” [60].

“Fiaba nera e agghiacciante” [61], “romanzo sull’amicizia femminile e i suoi risvolti terribili” [62], “Nel bosco di Aus è probabilmente una metafora della lotta contro il nemico invisibile e tremendo con cui Chiara stava combattendo” [63]. Chiara comunque “lavora sui grandi archetipi dell’inconscio collettivo, per costruire una storia che ha i caratteri dell’universalità” [64].

“La sua lingua secca crea, specialmente nella prima parte del libro, una tensione insostenibile; eppure l’ambientazione è quotidiana e il Male, come si sa, s’annida quasi sempre nella banalità” [65]. 

“Un gotico che (…) affonda le sue radici in antiche credenze e ancestrali superstizioni” [66]. “Una storia di fatture, vendette, sogni profetici e possessioni” [67]. “Fatti inspiegabili che la Palazzolo dipana con l’abilità di chi sa intrecciare piani temporali diversi e gestire psicologie di personaggi che non sempre sono come sembrano, dosando con maestria la visionaria fantasia propria del romanzo gotico e una crescente suspense, tessendo artifizi di streghe, intrighi di paese e meschine rivalità tra colleghe” [68]. “La scrittura conferma una ben precisa identità optando per stile secco e ossessivo, mentre la piacevolezza della lettura è assicurata dall’ironia che serpeggia ovunque” [69].

Con Nel bosco di Aus, Chiara si conferma “la maggiore scrittrice gotica italiana” [70]. 

 

Il nome di Chiara Palazzolo figura nell’elenco di 85 “Personaggi italiani noti scomparsi nel 2012”, elaborato da Il libro dei fatti 2013 (Adnkronos Libri), edizione italiana del The World Almanac and Book of Facts.

(a.t.)

Note: 

[1] Simonetta Bartolini, totalita.it, 31/10/2012 – [2] Alessandra Milanese, LArena, 14/6/2011 – [3] Tano Gullo, La Repubblica-PA, 29/5/2008 – [4] Cosmopolitan, Aprile 2007 – [5] Quotidiano nazionale (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno) 7/8/2012 – [6] Loredana Lipperini, La Repubblica, 7/8/2012 – [7] R.Sco., Corriere della Sera, 7/8/2012 – [8] Enzo Verrengia, L'Unità,  7/8/2012 – [9] Simonetta Bartolini, totalità.it, 6/8/2012 – [10] Giuseppe Lupo, Il Sole 24 ore - Domenica, 4/8/2013 – [11] Elena Raugei, Il Mucchio Selvaggio, Ottobre 2012 –  [12] Maurizio Stefanini, Liberal, 13/9/2012 – [13] Giuliana Misserville, societadelleletterate.it, 17/5/2014 – [14] Vincenzo Greco, La Sicilia, 30/4/2003 – [15] Chiara Palazzolo intervistata da Gigi Marzullo, Sottovoce, Raiuno, 20/6/2003 – [16] Corrado Greco, Facebook-Gruppo Chiara Palazzolo, 8/11/2012 – [17] Salvo Sequenzia, litteratudinenews, 6/8/2012 – [18] Filomena Migneco, in Floridia e dintorni, XII, 2012 –  [19] Giuseppe Lupo, Il Quotidiano, 13/8/2012 – [20] Massimo Onofri, Il Diario, 16/6/2000 – [21] Vito Barresi, SeiKrotone, Giugno 2000 – [22] TG2-Rai, Neon Libri, 26/7/2000 - [23] Turi Volonti, Gazzetta del Sud, 10/9/2000 – [24] Antonio Cerminara, Il Crotonese, 14/4/2000 – [25] Renato Minore, Il Messaggero, 27/4/2000 – [26] Andrea Carraro, LUnità, 10/7/2000 – [27] Maria Vittoria Vittori, Lindice, Maggio 2000 – [28] Michele Trecca, La Gazzetta del Mezzogiorno, 14/5/2000 – [29] Giulia Crispino, Legendaria, Aprile 2000 – [30] Massimo Onofri, Il Diario, 2/5/2003 – [31] Mariapia Bonanate, Famiglia cristiana, 27/4/2003 – [32] Pier Francesco Borgia, Il Giornale, Rm, 27/4/2003 – [33] Elisa Armellino, Il nostro tempo, 20/4/2003 – [34] Francesca Pansa, LAvanti, 7/5/2003 – [35] Salvatore Ferlita, La Repubblica Pa, 30/9/2003 – [36] Giuseppe Lupo, Stilos, 22/4/2003 – [37] Michele Trecca, La Gazzetta del Mezzogiorno, 20/4/2003 – [38] Donatella Trotta, Il Mattino, 16/5/2003 – [39] Carlo Carlino, Gazzetta del Sud, 12/6/2003 – [40] Stefano Giovanardi, presentazione de I bambini sono tornati al Premio Strega 2003 – [41] Giovanni Pacchiano, Il Sole 24 ore-Domenica, 24/4/2005 – [42] Agenzia di stampa Asca, 24/3/2005 – [43] Erica Arosio, Gioia, 19/4/2005 – [44] Elissa Piccinini, Gazzetta di Parma, 20/10/2005 – [45] Walter Mauro, Il Tempo, 2/4/2006 – [46] Tommaso Ricci, TG2 Mizar, 1/4/2005 – [47] Leonetta Bentivoglio, La Repubblica, 10/9/2005 – [48] Loredana Lipperini, Il Venerdì di Repubblica, 8/4/2005 – [49] Guido Caserza, Il Mattino, 25/3/2005 – [50] Loredana Lipperini, Il Venerdì di Repubblica, 17/3/2006 – [51] Elena Raugei, Il Mucchio Selvaggio, Maggio 2007 – [52] Simonetta Bartolini, Libero, ed. Roma, 15/4/2007 – [53] Marilia Piccone, Stilos,  4/7/2006 – [54] Maurizio Stefanini, Il Foglio, 15/4/2006 – [55] J.Trifoni, Meridiani, Aprile 2009 – [56] Ruggero Bianchi, La Stampa - Tuttolibri, 7/4/2007 – [57] Giuseppe Lupo, Stilos, 16/8/2005 – [58] Vito Barresi, LAvanti, 19/6/2005 – [59] Elissa Piccinini, Horrormania, Giugno 2007 – [60] Anna Gallo, ovunquelibri.com, 18/4/2011 – [61] Cristiana Astori, Readers Bench Magazine, Ottobre 2012 – [62] Lara Manni, Laramannis Weblog, 12/4/2011 – [63] Monica Serra, temperamente.it, 7/8/2012 – [64] Elissa Piccinini, Gazzetta di Parma, 16/4/2011 – [65] Silvana La Spina, D-La Repubblica, 7/5/2011 – [66] Il Foglio, 4/5/2011 – [67] Lorella Reale, Legendaria, Settembre 2011 – [68] Anna Maria Loglisci, La Sicilia, 24/5/2011 – [69] Elena Raugei, Il Mucchio Selvaggio, Aprile 2011 – [70] Diego Zandel, La Gazzetta del Mezzogiorno, 20/5/2011.